Google Plus chiude: cronaca di una morte annunciata

Google Plus chiude: cronaca di una morte annunciata

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Il colosso di Mountain View ha comunicato una modifica che prevede la chiusura delle pagine personali ma lascerà online l’area dedicata alle aziende.

Aperto nel 2011 e accolto con inaspettata freddezza da parte del folto pubblico di appassionati, Google Plus non ha mai preso il volo nonostante tutti i pronostici fossero a suo favore: un’azienda solida alle spalle, la moda dei social network, una rete di famosi servizi collaterali con cui andare a braccetto (come YouTube) e altre innovazioni che all’epoca lo eleggevano a “successore di Facebook”. Forse il problema è stato proprio quello: non proponendo nulla di fondamentalmente innovativo, la massa non ci ha visto del potenziale e, conseguentemente, non ci ha investito tempo. D’altro canto, nemmeno Google ci credeva più di tanto visto che raramente arrivavano sostanziali modifiche al logaritmo (di cui Mark Zuckerberg è invece un guru, nel bene o nel male) e, a parte qualche interazione rilevante a livello geografico e professionale, non rendeva onore alla sua fama. Insomma, era come ballare da soli in una discoteca che tiene le luci accese: pochissimi utenti, ancora meno interazioni, scarso contenuto. Mentre Facebook guardava lontano e acquisiva Instagram facendo l’occhiolino alle nuove generazioni, Google zoppicava vistosamente come un anziano alla finale olimpica dei 100 metri.

Google Plus chiude: cronaca di una morte annunciata

Ormai il paziente era da anni vittima di accanimento terapeutico e moltissimi lo usavano esclusivamente come base d’appoggio per le loro attività su Google Maps, il quale probabilmente era per i professionisti la caratteristica maggiore che lo rendeva un social network per bambini grandi. Aprendo una posizione sul più diffuso “navigatore” (termine decisamente riduttivo) al mondo, il social di Mountain View era un partner più che perfetto per caricare immagini o testi che andassero a completare la descrizione dell’azienda stessa. Ma purtroppo niente di più.

Se poi al danno evidente ci aggiungiamo anche la beffa delle centinaia di migliaia di dati sensibili potenzialmente a rischio di hacking: stando a quanto riportato per primo dal Wall Street Journal, un bug nella sicurezza della piattaforma ha infatti permesso agli sviluppatori di terze parti di accedere alle informazioni personali degli utenti fin dal 2015. Secondo un portavoce di Google, la società aveva in programma di fare mea culpa spontaneamente già questa settimana, ma il lavoro del Wall Street Journal ha evidentemente accelerato i tempi.

La chiusura fa parte di Project Strobe, l’indagine interna con cui Google esamina i comportamenti degli sviluppatori e di software house nelle applicazioni del gruppo e su Android. L’obiettivo è identificare le aree in cui i controlli sulla privacy dovrebbero essere rafforzati e, come nel caso di Plus, porre fine alle fuoriuscite di informazioni, quando le piattaforme coinvolte non hanno molta valenza di restare in piedi. Un punto a cui siamo arrivati forse anche troppo tardi.

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